La festa di Capodanno

Se antichissima è l’abitudine sentita da tutti gli uomini, di suddividere il tempo in periodi ben definiti, a secondo del succedersi dei giorni, dei mesi e delle stagioni, egualmente assai antico è l’uso di festeggiarli con cerimonie propiziatrici, feste, regali, il primo giorno dell’anno nuovo. Schiacciato tra le grandi festività religiose del Natale e dell’ Epifania, con i relativi riti folcloristici assai ricchi di spunti e di adesioni, al pagano e gaudente Capodanno resta ben poco spazio per manifestazioni pubbliche di carattere tradizionale. Forse perché in questo giorno ognuno si ritiene da sempre impegnato in una sorte qualsiasi di festeggiamento privato che deve servire di buon auspicio per un anno migliore del precedente. Nonostante tutto ciò, sparso qua e là per la Campania sopravvive ancora qualche forma ge¬nuina di festeggiamenti popolari collettivi, che sarebbe opportuno conoscere prima che vengano anch’essi spazzati via da una prossima ventata di modernismo e di benessere.
Furono gli antichi Romani, che erano molto religiosi, a stabilire nel II secolo a.C. che il primo gennaio desse il via a un nuovo ciclo di stagioni. Gennaio era il mese dedicato a Giano, il dio dalla doppia faccia, una che guarda al passato e un al futuro: ci si vestiva infatti con un capo vecchio, uno nuovo e qualcosa di rosso speranza di raccolti fertili; ci si cibava di cose piccole come frutta secca (oggi le lenticchie) come augurio di abbondanti guadagni; ci si scambiava un vaso di miele, con datteri e fichi secchi, per augurare un anno dolce. Si faceva l’oroscopo per prevedere l’intera annata, e il bisogno di rinnovamento era inscenato con l’espulsione dalla città di un vecchio coperto di pelli che rappresentava il passato: oggi si buttano oggetti vecchi e si sparano botti, retaggio della credenza secondo cui gli spiriti malvagi sono spaventati dai rumori improvvisi.

Concerto caprese di «putipù»
L’avvento del nuovo anno viene festeggiato nell’isola di Capri attraverso la musica e le ballate, come la tarantella caprese famosa in tutto il mondo e resa celebre dai gruppi folk dell’isola. Nella celebre Piazzetta, divenuta or¬mai il salotto all’aperto più mitico del mondo, bande di putipù in abiti caratteristici si esibiscono con un repertorio di musica tradizionale campana. Il putipù è uno strumento piuttosto strano e caratteristico. Consiste di una pentola di terracotta, coperta da una pelle di tamburo con un buco nel mezzo. Nel centro della pelle è fissata una sottile cannuccia. Si mette sotto l’ascella sinistra, e, col braccio destro, si fa andare su e giù la bacchetta con grazia e velocità. Si ha così un suono cupo, un certo suono motteggevole, brioso, frizzante. Le orchestrine capresi sono formate anche da suonatori di scetavaiasse e triccaballacche, tutti strumenti immancabili nelle Piedigrotte di un tempo, tanto simpatici sia a udirsi sia a vedersi in azione.

Gli «scugnizzi» di Amalfi
Questo antico centro del Salernitano, già alla ribalta per l’originale presepio subacqueo nella suggestiva cornice della Grotta ma¬rina dello Smeraldo e formato da statue in ceramica di Vietri di rilevanti dimensioni, celebra la fine dell’anno con una grande sfilata di bande folcloristiche composte soprattutto da giovani, chiama¬ti in dialetto locale scugnizzi. La sfilata si apre con una banda che personifica l’anno vecchio che se ne va, e viene chiusa da quella che rappresenta l’anno nuovo. Dopo questa esibizione ha luogo un grande spettacolo di fuochi d’artificio, esplosi dalla famosa scalinata del duomo, simbolo della città e retaggio della sua antica potenza marinara.

«Festa d’ò cippo» di Sant’Antonio
Nel Napoletano il 17 gennaio nella ricorrenza di Sant’Antonio abate, protettore degli animali domestici, per le strade e i vicoli della città si accendevano piccoli e grandi falò, chiamati cippi oppure fucarazze. Tutte le famiglie partecipavano all’opera di illuminazione, e, al grido di «menate, menate» lanciato dalla moltitudine dei bambini, da ogni finestra venivano calati, nei canestri legati alle funi, tutti gli oggetti che in casa non servono più e che possono favorire un bel fuoco.
«Non è improbabile scrive Alfonso di Nola  che questi grandi fuochi che vengono accesi in tante parti d’Italia appartengano ad una più arcaica tradizione pagana, antecedente alla formazione dell’agiografia popolare antoniana. Si tratta forse dei grandi fuochi che le popolazioni europee dalla Svezia al Mediterraneo accendevano nel periodo del solstizio d’inverno, quasi a sorreggere con il calore terrestre ed umano, il sole che, uscito dalla lunga notte invernale, inizia un viaggio più lungo di qualche minuto … ». E’ un’ipotesi suggestiva. Va ricordato che l’identificazione del Santo con il fuoco è connessa alla circostanza che egli proteggeva dal fuoco sacro, detto appunto di Sant’Antonio, che poi non era che «erpete Zoster». Chi ne soffre infatti sente un calore insopportabile per il corpo. I falò ormai vanno scomparendo. Essi non compaiono più né in Napoli né in tutto il Centro-Nord. In Campania se ne accendono ancora, ma son così pochi che ormai sembra prossima la loro scomparsa definitiva.

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