Ma la «nottata» non passa

Nell’ambiente napoletano, dove miti e sofferenze assumono una diversa e più intensa colorazione, Eduardo De Filippo ha impiantato i suoi lavori.
La Napoli di Eduardo è in gran parte nuova per il teatro. Essa non è la Napoli di Murolo e di Di Giacomo, ma è una Napoli difficile nella quale la tradizionale sincerità di un popolo può anche far da maschera all’ipocrisia, all’egoismo, ed alle malvagità. Il suo teatro ha un’inconfondibile fisionomia, in quanto egli, di fronte alla materia di cui si propone di far arte si pone dall’angolo di visuale degli scrittori i quali non si limitano a constatare che il male esiste, ma cercano di smascherarlo e di combatterlo. Parecchie delle sue commedie quindi, nascono dal bisogno di ribellarsi al conformismo, all’ipocrisia, all’egoismo, che sono universali ma le sue rappresentazioni oltre a non riguardare solo personaggi virtuosi, generosi, edificanti hanno spesso significato umano, valore artistico, comunicativa, teatralità, proprio perché la loro inedita napoletanità è schietta e inconfondibile. E, dietro la costruzione sempre comica ed apparentemente spensierata, è sceso nel profondo, ha smascherato il male in maniera intransigente, ha smitizzato, denunciato certe brutture con coraggio e determinazione.
Il dramma del personaggio eduardiano è ambientato nella Napoli ricca di colore e di movimento e tanto cara alla sensibilità del drammaturgo. Eduardo ci svela l’anima del proprio popolo: i suoi desideri, le sue passioni, la sua fantasia e la sua ingegnosità, la sua foga e le sue stravaganze, la sua impulsività e la sua bontà, la sua miseria e la sua volontà di vivere per vivere.
La malinconia, la tristezza di Napoli, ma soprattutto la sua povertà sono suprema ricchezza perché sono elementi che configurano la personalità di chi vuole ancora credere che la natura esiste, anche per ispirare agli uomini pietà, misericordia, poesia e lacrime. Tutto ciò significa che Napoli è ancora oggi umana, universale, è un mondo intero, non una città fuori del tempo, che sente la vita profondamente, con speranza, gioia e profonda disperazione.
Eduardo stesso, in un’intervista, afferma di non essere né filosofo, né sociologo, ma napoletano: «Di Napoli non penso niente: a Napoli voglio bene».
Egli è essenzialmente un uomo e, in quanto tale, viva in un ambiente, in una società della quale avverte i drammi, le incongruenze ed i soprusi; i suoi drammi, quindi, sono drammi di tutti, universali, non solo perché Napoli è universale, ma anche perché Eduardo questa realtà napoletana la rende poesia e perciò verità umana.
Un panorama di questa Napoli, durante e dopo la seconda guerra mondiale, ricco di naturalezza ed armonia, pervaso da una penetrante ed accorata visione di una città smarrita e sconvolta, è dato da Napoli milionaria che è l’opera di teatro che meglio rivela il senso di quel tumultuoso e drammatico periodo della vita cittadina, mentre lentamente la guerra si allontanava, lasciando, però, dietro di sé, tracce profonde nell’animo, nella carne e nella pietre della città; le distruzioni, la miseria, le epidemie la delinquenza, la corruzione contribuiscono a comporre una visione della guerra dalla quale ognuno uscirà sconfitto.
I personaggi di questa commedia appartengono al popolo, alla grande folla anonima dei napoletani che subirono la guerra facendo la spola fra i ricoveri e i “bassi” e che per sopravvivere ricorsero ad espedienti di qualsiasi genere, anche violando la legge.
Grande rilievo acquista in questa commedia la figura di Gennaro Iovine, il capofamiglia di una casa napoletana, dove, durante la guerra, si pratica mercato nero a tutto spiano. Proprio Gennaro rappresenta l’elemento idealistico, lui che è stato all’altra guerra, quella del ‘15 ed è rimasto stordito da quegli eventi e da quella vita dura di trincea, ma sempre sano nel morale, secondo la coscienza popolare.
Dopo le scene di vita dedita al contrabbando, nei bassifondi, vi è il ritorno dalla guerra di Gennaro e con lui si apre il nuovo senso di solidarietà umana e di coscienza di vivere in pace. Tuttavia in questo personaggio c’è un grande passo avanti nella diversa reazione al male: egli è un popolano che, per effetto dei patimenti subiti, degli errori di cui è stato testimone, ha acquistato coscienza della solidarietà che deve ai suoi simili e del dovere di non estraniarsi al dolore diffuso nel mondo dalla guerra. La tremenda esperienza di un conflitto totale lo ha aperto ad una vasta e profonda comprensione umana e ad una pietà cristiana per chi soffre; quando gli alleati libereranno Napoli, e in casa sua si farà baldoria, egli invano ammonirà: «’A guerra nun è fernuta… nun è fernuto niente…» invano egli cercherà di ricordare gli orrori ancora diffusi nel mondo, invano cercherà di inculcare nei suoi familiari quella solidale coscienza umana da lui ritrovata.
Così Eduardo riesce -senza peraltro forzarne la psicologia- a fare di don Gennarino, misero popolano di Napoli, il portavoce di un altissimo messaggio umano: e nella sua malinconia, ma in fondo ottimistica frase finale: «Adda passa a nuttata», possiamo ritrovare la corale speranza di ricostruzione morale e materiale di tutto un popolo, dopo la tragedia della guerra. Per la prima volta un suo personaggio acquista la funzione di coro: assiste allo sfacelo morale degli altri e non solo non ne è coinvolto, ma trova la forza per contrapporvi un atteggiamento positivo.
Scrivendo e mettendo in scena Napoli milionaria Eduardo De Filippo, secondo quanto da lui stesso affermato, ha voluto ammonire i napoletani a non farsi rendere chiusi ed egoisti dalla miseria, e dalle troppe facili fortune: e nello stesso tempo ha voluto constatare come in essi siano sempre vivi quella ricchezza di sentimento, quello spirito di solidarietà, quella schiettezza che li hanno sempre salvati da ogni pericolo, e che ancora li salvano.
La commedia Napoli milionaria costituisce un esempio unico di arte non costretta dagli schemi letterari che attinge la sua verità da una concreta esperienza di vita. La personalità di Eduardo si arricchisce di una vena nativa e popolare, che caratterizza la sua opera e la colloca nella scia della più autentica tradizione teatrale italiana.
Essa è inoltre un documento, perché la storia di un popolo che la guerra trasforma è la storia dell’uomo rinnovato, del popolano di ogni paese, quando eventi straordinari lo riconducono alle verità essenziali, e nello stesso tempo è l’interpretazione del popolo napoletano visto sotto una luce diversa da quella abitudinaria, riabilitato, richiamato affettuosamente alle sue virtù.

Bibliografia
Eduardo De Filippo. Poeta comico del «tragico quotidiano», La Nuova Cultura, Napoli, 1978.

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