Il Cristo Morto di Somma Vesuviana

Poco conosciuta ma splendida è la processione del Cristo morto di Somma Vesuviana. Si tratta di un’autentica testimonianza di fede, cui partecipano tutte le antiche confraternite della città create tra il XVI e il XVIII secolo. I confratelli sfilano coperti dal tradizionale saio bianco e sono riconoscibili solo in virtù del diverso colore dei cordoni che cingono le loro vite. La processione, composta da coppie di confratelli incolonnati dietro la Croce, fa tappa presso gli altari delle principali chiese cittadine. Questi ultimi sono addobbati con steli di grano fatti germogliare al buio per l’occasione, sì da fargli assumere una particolare colorazione giallo-verde. Un momento particolarmente interessante della manifestazione, è quello in cui un piccolo coro si stacca dagli altri confratelli, intonando una serie di canti sacri di grande valore storico e tradizionale. Si inizia con una versione dello Stabat Mater, che si rifà direttamente a quello composto da Jacopone da Todi. Il canto successivo è il “Gesù mio”, composto da Sant’Alfonso de’ Liguori a cui seguono altri canti sui versi del Metastasio.
La comunità si veste a lutto e partecipa al più grande funerale della storia umana. Il lungo manto nero dell’Addolorata parte dal capo e si allarga fino ai piedi, dando alla statua uno sviluppo piramidale. Nelle mani giunte, a dita intrecciate, un fazzoletto di pizzo bianco. Il volto è olivastro e contrito. La posizione del viso è quella classica del lamento funebre. Ai suoi piedi il corpo seminudo del Cristo morto. Le membra rilasciate danno il senso dell’abbandono e della fuga dell’anima. Egli è l’agnello sgozzato, il capro espiatorio, giacente su un sudario in espressione di doloroso abbandono. Una vera opera d’arte, di cui si ignora l’autore, che trova origine in un certo pietismo di origine iberica.
Prima della suggestiva processione, tanti fedeli affollano la chiesa per toccare con la mano il costato del Cristo trafitto o il mantello della Vergine per poi segnarsi, cercando di trasferire su di loro il positivo rappresentato dalla divinità. É quasi sera, il simulacro appare sotto il portone d’ingresso della Collegiata. Il silenzio è tombale, le note dolenti della marcia funebre aiutano a capire che la morte fa parte della vita. E’ un momento d’intensa commozione, pochi pianti sono rimasti in vita. Ognuno rievoca le proprie pene: le grazie ricevute sono molteplici. Le Maddalene – qualcuno ricorda ancora che andavano in processione con i capelli sciolti, senza scarpe e vestite di nero – sono pronte a sfilare con i loro devoti ceri. Là, dove la strada si restringe, in via Piccioli, comincia un tramestio di donne per occupare la migliore posizione. La comprensione è forte e paurosa, i volti delle donne si fanno rossi nello sforzo. Il lungo serpente processionale si distende e ci si sente prima di tutto madri, a cospetto di un dolore più grande del proprio soffrire. Il dolore è assoluto, ma risorgerà con la primavera, con la vegetazione, con la fertilità dei campi e la fecondità degli animali.

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