Il figlio di Scarpetta
Il Teatro non è un libro, non è un’opera letteraria; deve essere vivo, e quindi
per un’ora e mezza, due ore deve avere sempre un aspetto di sorpresa.
Perciò il pubblico viene a vedere le mie commedie,
perché si diverte e intanto porta a casa qualcosa.

«Sono nato a Napoli il 24 maggio 1900, dall’unione del più grande attore-autore-regista e capocomico napoletano dell’epoca, Eduardo Scarpetta, con Luisa De Filippo, nubile. Mi ci volle del tempo per capire le circostanze della mia nascita perché allora i bambini non avevano la sveltezza e la strafottenza di quelli d’oggi e quando a undici anni seppi di essere ‘figlio di padre ignoto’ per me fu un grosso choc. Cosi, se da una parte ero orgoglioso di mio padre, della cui Compagnia ero entrato a far parte sia pure saltuariamente come comparsa e poi come attore, fin dall’età di quattro anni, quando debuttai nei panni d’un giapponesino nella parodia dell’operetta Geisha, dall’altra parte la fitta rete di pettegolezzi, chiacchiere e malignità mi opprimeva dolorosamente. Mi sentivo respinto, oppure tollerato, e messo in ridicolo solo perché “diverso”. Da molto tempo ormai ho capito che il talento cresce e si sviluppa più rigoglioso quando la persona che lo possiede, viene considerata “diversa” dalla società: quella persona finisce per desiderare di esserlo davvero, diversa, e le sue forze si moltiplicano. […] Inutile parlare delle difficoltà, degli stenti, della fame. La prima commedia vera e propria la scrissi nel 1920, la prima regia ufficiale fu la messa in scena della commedia musicale Surriento gentile di E. L. Murolo nel 1922, ma quante sce¬ne avevo scritto e quante regie avevo fatto senza poterle firmare. Fui in Compagnie di rivista, d’avanspettacolo, di prosa. Nel 1931 formai la Compagnia Teatro Umoristico “I De Filippo” con Titina e Peppino. Debuttammo trionfalmente e per anni passammo da un successo all’altro in tutta l’Italia.
Nel 1944 Peppino lasciò la Compagnia. Intanto stava per finire la guerra e con essa il ventennio fascista. Finalmente potevo cimentarmi nella forma teatrale alla quale da sempre avevo aspirato, ed è poi la più antica, abbandonando quell’artificio scenico che è la divisione tra farsa e tragedia. Mi domandavo perché gli spettatori, mettiamo, di Molière accettavano le sue commedie tragiche — o tragedie comiche — e quelli di oggi invece dovevano solo ridere o solo piangere per due ore. Scrissi Napoli milionaria, fondai una nuova Compagnia, scrivendo e mettendo in scena testi che oggi sono recitati in tutto il mondo. […] Ma riassumere una vita artistica tanto lunga e tanto piena di avvenimenti (mi sono occupato di cinema, radio, televisione, regie liriche; ho costruito un teatro a Napoli, ho formato e diretto per molti anni La Scarpettiana, ho scritto saggi, eccetera) non è una cosa facile»

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