Salvatore Di Giacomo

Salvatore Di Giacomo insieme ad Ernesto Murolo, Libero Bovio ed E. A. Mario è stato un artefice della cosiddetta epoca d’oro della canzone napoletana. Nato a Napoli il 12 marzo 1860, nell’anno della spedizione dei Mille, Salvatore Di Giacomo è il precoce frequentatore di un cenacolo di artisti che si riunisce in piazza Municipio. A ventitré anni abbandona gli studi di medicina che lo costringono ad un contatto troppo brutale con la vita e si dedica ad un’attività di animatore culturale, vivace, varia e moderatamente apprezzata. Collabora con lo pseudonimo di Salvador al «Pungolo», al «Corriere del Mattino» e al «Corriere di Napoli». È lui stesso fondatore di alcuni periodici dalla vita breve. Ma non è l’aria convulsa delle redazioni che lo attira.
Dopo una non lunga permanenza al «Corriere di Napoli» Di Giacomo, ormai stanco della vita di redazione, lascia il giornalismo militante e va a dirigere, senza nomina ufficiale, la Biblioteca Lucchesi Palli annessa alla Biblioteca Nazionale. Nel frattempo la sua fama si era accresciuta specie dopo lo strepitoso successo di “Assunta Spina”. Nel 1905 conobbe nella biblioteca dove lavorava Elisa Avigliano, una ragazza fresca di laurea, giovane e disinvolta, della quale si innamorò. Il poeta decise di sposarla pur avendo raggiunto il 46° anno di età.
Frequenta i salotti culturali della città, dove i suoi primi sonetti vengono lodati da donna Matilde Serao. Il suo è il tempo del verismo, di Giovanni Verga, ed il giovane Di Giacomo è sensibile al richiamo di questa corrente culturale. Ma non solo ad essa. Il poeta si collega al popolo e alla sua sensibilità in forme più liriche. La notorietà, già saldamente acquisita, gli venne dalle canzoni subito divenute popolari. Pianefforte ’e notte è la più bella lirica di Salvatore Di Giacomo, musicata dal colto e raffinato Enrico De Leva:
Nu pianefforte ’e notte
sona luntanamente.
e ’a museca se sente
pe ll’aria suspirà.

Da osservatore e testimone quale l’aveva abituato a essere il mestiere di giornalista, il poeta si trasforma in protagonista prendendo sempre più su di sé il dolore dell’esistenza, la passione d’amore, lo stesso piacere di sentire profondamente il senso stesso della vita. Ma la sua cultura e la sua sensibilità ondeggiano fra la storia del vicolo e la tradizione di una Napoli del melodramma e dell’opera buffa, delle grandi canzoni, della musica di Bellini, Rossini e Donizetti: un mondo questo, raffinato e malizioso. Un mondo dal quale, come dice il poeta, sono banditi i «poete de natura» che sfornano canzoni in un batter d’occhio. Alla canzone Di Giacomo è legato, ma i suoi versi sono controllati. Alcune di queste canzoni sono modellate molto felicemente su prototipi sicuramente “popolari” È il caso di ’E spingole frangese, che Enrico De Leva modellò su un antico canto popolare.
Nu iuorno me ne iette da la casa,
ienno vennenno spingole frangese;
mme chiamma na figliola: -Trase, trase!
Quanta spingole dai pe nu turnese? –
E io che songo nu poco veziuso,
subbeto me ammuccaie dint’ a sta casa…
«Ah, chi vo’ belli spingole frangese!
Ah, chi vo’ belli spingole, ah, chi vo’!…»

Di questo stesso genere è Carcioffolà, musicata da Eduardo Di Capua. È un allegro dialogo fra una madre saggia e una figlia in cerca di marito.
Oi mamma mamma, che luna, che luna!
mme vene, mme vene…
Malinconia…
E si sta luna me porta fortuna
mariteme ampreso,
mammélla mia!…

Di diverso tono, e molto vicina alla romanza in voga a quel tempo, è Luna nova, cui Mario Costa dette l’andamento della barcarola. Un marinaio innamorato, navigando nel quieto mare del golfo di Napoli, sogna la sua donna in un’atmosfera lunare e placida, sospesa tra cielo e mare.
La luna nova ncopp’ a lu mare
stenne na fascia d’argiento fino;
dint’a la varca nu marenare
quase s’addorme c’ ’a rezza nzino…
Nun durmì, scétate, oje marenà!
Votta ’ sta rezza, penza a vucà!

E le tante altre canzoni, così piene di tenerezza e di nostalgia paesana come Serenata napulitana, uscita nel 1896 con la musica di Costa:
Dimme, dimme, a chi pienze assettata,
sola, sola addereto a ’sti lastre
’Nfaccia ’o muro ’e rimpetto stampata
veco n’ombra e chest’ombra si tu!
Fresca è ’a notte: ’na luna d’argiento
saglie ’ncielo e cchiù ghianca addeventa,
e ’nu sciato, ogne tanto, d’ ’o viento
mmiez’a ’st’aria se sente passà

Di Giacomo nelle canzoni è soprattutto il poeta degli affetti: amore, odio, gelosia, entusiasmi, gioia, dolore. Il vigore dell’espressione attesta una sensibilità capace di abbandonarsi ad opposti impulsi, di confessare ritorni, pentimenti e debolezze, cercando nell’amore ciò che vi è più profondo. Il tema dell’amore ci porta a una delle più belle e famose poesie di Di Giacomo: «Marzo». La poesia che nella veste cantata assume il titolo di Catarì fu musicata in modo mirabile da Mario Costa:
Marzo; nu poco chiove
e n’ato ppoco stracqua;
torna a chiovere, schiove:
ride ’o sole cu ll’acqua.

Addirittura petrarchesca si può definire l’ispirazione dei versi di Era de maggio, una poesia molto bella ma difficile da mutare in canzone. Ci riuscì Mario Costa dandole una melodia tesa e arabeggiante, mutuata da alcuni canti schiettamente popolari.
Era de maggio e te cadeano nzino
a schiocca a schiocca , li ccerase rosse,
fresca era ll’aria… e tutto lu ciardino
addurava de rose a ciento passe.

Ma il poeta nei versi per la canzone sfodera una carica popolaresca e insieme colta, di grande impatto come A Marechiare, che il musicista Francesco Paolo Tosti, arricchì con una musica elegante e raffinata. Immaginò che lì A Marechiare, vi fosse una finestra adornata da un vaso di garofani e che a quella finestra si affacciasse una ragazza di nome Carolina:
A Marechiare ce sta ’na fenesta,
la passione mia ce tuzzulea,
’nu carofano addora ’int’ a na testa,
passa ll’acqua pe’ sotto e murmulea…
a Marechiare ce sta na fenesta…

Nel 1906 fu la volta della celebre canzone Palomma ’e notte, musicata da Francesco Buongiovanni. Nacque come traduzione e rifacimento della lirica in dialetto veneziano «La Pavegia» della poetessa Vittoria Agannor Pompilj. Momento intimo e poetico tra il protagonista e una piccola farfalla notturna intenta a volare intorno a una candela accesa.
Tiene mente sta palomma
comme gira, comm’ avota,
comme torna n’ata vota
sta ceroggene a tentà!

Il più grande poeta napoletano, uno dei più grandi artefici della canzone partenopea morì la sera del 4 aprile 1934 nella sua abitazione di via San Pasquale a Chiaia. Alle esequie, una banda suonò A Marechiare.

Bibliografia
Alberto Consiglio (a cura di), Antologia dei poeti napoletani, Milano, Mondadori, 1973
Arturo Fratta, Salvatore Di Giacomo. La vita, la poesia, le canzoni, la prosa, Roma, Newton Compton, 1997
Salvatore Di Giacomo, Canzoni napoletane, Roma, Newton & Compton, 1997
Salvatore Di Giacomo, (a cura di Toni Iermano) Canzone, Atripalda (AV), Mephite, 2009
Salvatore Di Giacomo, (a cura di Davide Monda) Poesie, Milano, BUR Bibl. Univ. Rizzoli, 2005
Pasquale Scialò, La canzone napoletana, Roma, Newton & Compton, 1995

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