La maschera di Totò

Difficile definire la maschera di Totò che, dall’avanspettacolo alla rivista è attraversata da pulsioni diverse. Da un lato è marionetta moderna, dall’altro è maschera tradizionale radicata nell’insicurezza quotidiana, la precarietà, l’arte di arrangiarsi.
La sua maschera buffa era un’ autentica maschera nel senso della “Commedia dell’Arte” come Pulcinella, era una maschera spassosissima: bombetta nera in testa, occhi roteanti, naso storto, mento sbilenco e appuntito, cravattina a farfalla, lungo tight scuro e pantaloni a righe «a zompafuosse» issati sopra le caviglie, e calze gialle come il panciotto.
«Era la maschera» scrive Sergio Lori «di un piccolo “gigante”: il più comico ed il più napoletano, universalmente comico perché spesso, per suscitare le risate, non aveva nemmeno bisogno di ricorrere ai lazzi o alle battute scherzose. […] La comicità di Totò era musica e aritmetica al tempo stesso: l’inflessione della voce, la modulazione, il timbro, il tempo, il ritmo dei gesti; il tutto scandito alla perfezione; il tutto scaturente da un istinto infallibile, da un mestiere eccezionale; un mestiere che diventava arte comica, rafforzata dalle naturali doti di enorme comunicativa. […] Già il mimo e l’attore, sin dai tempi della Compagnia Molinari, al teatro Nuovo di Napoli, si fondevano in lui: volto come specchio deformante, ammiccamenti dai molteplici sottintesi, corpo come bussola. Altro che macchietta! Dalla ribalta, il buon Totò impartiva lezioni di comicità, mandava in visibilio intere platee, diventava senza saperlo un «classico» del teatro di rivista».
Totò usa e abusa del travestimento, anche femminile, caricato. Del suo linguaggio dice Tullio De Mauro: «parole e costrutti aulici inseriti in un contesto fortemente prosaico e quotidiano per sorprendere e divertire». È aggressivo. La sua cultura è quella dei morti di fame, in lotta costante contro l’arroganza dei «lei non sa chi sono io». Il suo avversario è il piccolo borghese meschino e aggressivo. Non si nutre di ideologie ma va diritto alla radicalità della condizione degli uomini.
In teatro bastava che apparisse in scena, senza pronunciare motto, e giù gli spettatori a ridere. Gli era sufficiente una smorfia, un gesto, un semplice ammiccamento. E poteva fare a meno del copione: un canovaccio di poche parole, e al resto ci pensava lui, improvvisando mimica e dialogo, prolungando un breve sketch anche di quindici o venti minuti, specie se avvertiva, immediato, il calore del pubblico. Invece sul set quel calore gli mancava, e un pò ne soffriva, ma suppliva ad esso con un eccezionale «mestiere».
«Nessuno si accorge» confidò l’attore a Zavattini «che certe sere io combatto una battaglia violentissima: Totò contro il suo repertorio. Sono momenti nei quali mi sembra di soffocare, e allora mi vedete spiccare un salto straordinario e tento di arrampicarmi su per il sipario. Reagisco alla consuetudine della recitazione. Direi che è un fatto fisico. Vorrei persino precipitarmi nella voragine della platea e correre sulle teste degli spettatori».
«Perciò Totò», scrive Sergio Lori, «autentico gigante della comicità, il meglio di sé lo dette forse alla ribalta, superando se stesso come eccezionale “caricaturista”, come supermarionetta vivente dai muscoli tira-e-molla, dalle articolazioni snodabili; meraviglioso (spesso pure sullo schermo) pupazzo con la carica dei vent’anni anche quando, ormai oltrepassata la cinquantina, apparve l’ultima volta in palcoscenico al centro di una rivista spettacolare, A prescindere…, di Nelli e Mangini, e in passerella – l’ultima sua “passerella” da gran finale a piena orchestra – elettrizzava letteralmente gli spettatori, con la sua formidabile vitalità, in un’ esplosione pirotecnica: sembrava che davvero gli scoppi dei fuochi d’artificio che riproduceva, attraverso una mimica inimitabile, si moltiplicassero attorno a lui. E così esaltava il pubblico dopo aver “inventato” almeno dieci modi diversi, tutti scoppiettanti, di “fare” la passerella, di prolungarla oltremodo, a volte anche per quindici minuti, dalla «processione» al can-can fino alla marcia dei bersaglieri a passo di carica».
Un critico scrisse: «Entrando in scena ogni sera il “personaggio Totò” torna a raccontare la storia, comica e un po’ patetica, di una umanità che piange e ride e trema e canta e si dispera». Una umanità tipicamente napoletana.

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