I maggiori interpreti di Pulcinella

Acquistata grande notorietà agli inizi del Settecento, la celebre ma­schera fu protagonista fino ai primi del Novecento di innumerevoli far­se sia fra gli scenari dei grandi teatri sia nelle improvvisate rappresenta­zioni che si tenevano nella città par­tenopea. Il vero e proprio regno di Pulcinella fu, però, il celeberrimo teatrino «San Carlino», a Piazza Castello, un baraccone in legno con tre ordini di palchetti che fu aperto a quanto sembra, circa il 1740, al posto dove poi rimase per più decenni, accanto alla porta principale della chiesa di San Giacomo degli spagnuoli.
Il primo Pulcinella fu Domenico Antonio Di Fiore, il quale sincronizzò il suo Pulcinella con l’opera buffa, facendo nascere così un «Pulcinella musicale». Al San Carlino operarono grandi inter­preti come Vincenzo Cammarano, Gasparo De Cenzo, Salvatore Petito ed il figlio di questi, il più celebre di tutti, Antonio Petito, uno dei pulcinella più pulcinellesco mai esistito, che tenterà di costringere Pulcinella a diventare uomo, ad adeguarsi ai nuovi tempi risorgimentali e a uscire “dal suo fondo di degenerazione innata”, ma “la vecchia maschera, ricacciata dalla porta rientrava con tutto l’antico bagaglio dalla finestra come Petito stesso”.
Antonio Petito si distinse non soltanto come attore, ma come cantante, come suonatore, coreografo, e chi più ne ha più ne metta. Il linguaggio di questo “mostro terribile” del palcoscenico aveva un meccanismo napoletano fatto di studiati errori comici, di costruzioni stravaganti, di termini usati con finta ignoranza, di sfumature e tonalità di voce di grande effetto. Vi era, nel Pulcinella di Petito, un napoletano umanissimo, non sempre buffone, persino sentimentale e malinconico, spiritoso finanche nella tristezza. Sovrano assoluto del San Carlino morto recitando sul palcoscenico di quel teatro.
«La sera del 26 marzo 1876 Totonno Petito recitando la Dama Bianca di Marulli si sentì male, ma attaccò un pezzo qualunque di zibaldone e tirò avanti il finale con la tradizionale sparata. Tornato in camerino, mentre sorbiva la solita tazza di caffè cominciò a strabuzzare gli occhi, a tirar fuori la lingua e a fare boccacce. L’attrice servetta che gli dava il caffè, pur abituata alle smorfie di Totonno, credette che le volesse far paura imitando la morte per apoplessia e disse: “Don Antò, nun facite sti cose!”. Invece Pulcinella moriva davvero. Fu portato in quel palcoscenico dove aveva ricevuto l’investitura paterna della maschera e qui chiuse la sua vita come suo padre Salvatore. Al medico accorso fu detto con semplice desolazione: “Dottò, Polecenella se n’è ghiuto”. I preti non vollero accompagnare la salma, ed era capitato anche a Molière; ma tutto il popolo lo portò a Poggio Reale e, sul carro funebre, salirono in costume quattro pulcinelli dei principali teatri minori: funerale carnevalesco nell’apparenza, ma profondamente commovente nella sua spontaneità».
Così narra la morte del grande attore napoletano Antonio Petito lo studioso Anton Giulio Bragaglia, nel suo volume dedicato a Pulcinella. Alla sua morte la maschera passò a Giuseppe De Martino, morto nell’aprile del 1918, e successivamente a Salvatore De Muto, morto nel marzo 1970 a 94 anni. Fu De Muto che donò simbolicamente a Eduardo De Filippo la sua maschera.

Condividi:

Altri articoli