L’ultimo scugnizzo

Ulteriori progressi sotto il profilo letterario Viviani, autodidatta, compiva a partire dal 1932 con Guappo ‘e cartone e L’ultimo scugnizzo.

Chesta è ‘a rumba d’ìe scugnizze
ca s’abballa a tutte pizze
Truove ‘e ddame, ‘mpizze ‘mpizze,
ca tefanno duje carizze.
Si te fa passa ‘e verrizze
strette ‘e mane, vase e frizze
pruove gusto e te ce appizze
Comm’a tanta pire nizze,
te ne scinne a sghizze a sghizze,
fino a quanno nun scapizze.

La Rumba degli scugnizzi, questo bellissimo canto popolare, fa parte del lavoro teatrale L’ultimo scugnizzo la commedia in cui Viviani creava un altro dei suoi famosi personaggi: quell’Antonio Esposito, che «cresciuto alla scuola della strada, dove si passa senza esami» vuole cambiare vita, desidera abbandonare il suo passato precario, è deciso a superarlo, ma non a rifiutarlo. A lui, ultimo scugnizzo, non interesse scalare la società: è contento della sua vita e ci resterebbe volentieri, se non fosse che sta per diventare padre. Tenta di procacciarsi un lavoro onesto per vivere dignitosamente ed per offrire al figlio, che sta per nascere, una famiglia ed un’esistenza felice. Ma l’annuncio della morte del nascituro recide il filo della speranza e della rinascita di Antonio. Nonostante i suoi sforzi di inserirsi nel mondo del lavoro, Antonio comprende di essere diverso dagli altri, e ricade nel suo ruolo di emarginato senza alcuna speranza di cambiamento. Ecco che i concetti di scugnizzo, di emarginato e di povero si identificano. È la tragedia dello scugnizzo.
Il tema dell’ultimo scugnizzo è un tema di incredibile attualità: lo scugnizzo inteso come persona ai margini della società, di una società borghese, sicuramente chiusa verso di loro e spettatrice disinteressata della loro vita. L’impossibilità di riscattarsi e di poter trovare una dignità sempre negata è il filo conduttore di questa commedia. Viviani questi diseredati, in qualche modo, non li salva: li fa perdere nel loro dolore che diventa l’epilogo naturale di un’umanità destinata continuamente a perdersi. Scrive Stefano De Matteis “Nel teatro di Viviani la condizione dei più emarginati è quella della totale mancanza di speranze, mentre per gli altri personaggi c’è la tragedia latente che traduce la lotta per la sopravvivenza in una recita collettiva alla ricerca di una via d’uscita che a volte, si trova facendo leva sul prossimo.
Il mondo è loro: emarginati e sottoproletariato decidono il tipo di rappresentazione da realizzare, uno spettacolo che, proprio perché la strada come luogo fisico dell’azione, è aperto e quindi «attraversato» tanto dalla piccola borghesia quanto dai ceti più ricchi. Ma sono questi ultimi a incarnare le maschere più angosciose, perché presenti solo come caricature, come maschere deformate che vestano i panni del gagà e del viveur, espressione di una incapacità «di classe»; sono descritti come decadenti dannunziani, fataloni, più incapaci che dissoluti; persone perdute che hanno trovato una maschera dietro cui celare un’incapacità esistenziale, politica, civile.”
Per questo motivo Silvio D’Amico, parlando di Viviani scrive che “… il suo «Scugnizzo», il suo «Spazzino», il suo «Vagabondo» non sono un attore che fa lo scugnizzo, lo spazzino, o il vagabondo, sono senz’altro scugnizzo spazzino e vagabondo quintessenziali e fissati per l’eternità …”

Bibliografia
De Matteis, S. , Napoli in scena, Antropologia della città del teatro, Donzelli editore, 2012
Raffaele Viviani, Dalla vita alle scene. L’altra autobiografia (1888- 1947), a cura di Nardo M.E., Editore Rogiosi, Napoli, 2011.
Palermo, A., Da Mastriani A Viviani, Liquori Ediore, Napoli, 1987
Viviani, R., Memorie inedite, dal fondo di Vittorio Viviani, 1947.
Viviani,R., Dalla vita alle scene, L. Cappelli Editore, 1928.
Viviani, R., Dalla vita alle scene, Guida, Napoli, 1977.
Viviani, Dall’antologia del grande attore, Milano, 1931.

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