Gli eredi di Scarpetta

Il declino cominciò solamente dopo il ‘90, quando l’apertura a Napoli del Salone Margherita, presso la Galleria Umberto I, segnò la nascita del nuovo genere del «varietà» e del café chantant. Il suo istintivo sperimentalismo e la smania di successo lo spinsero a provare anche lui questa strada, ma senza molta fortuna. Ritrovò raramente le ovazioni di un tempo, non raccolse consensi neanche quando riprese un’attività stabile presso il Sannazaro; ma fece ancora parlare di sé con una parodia dannunziana, Il figlio di Iorio (1904), che gli procurò un processo per plagio e contraffazione. Lo difesero Giorgio Arcoleo e Benedetto Croce; furono dalla parte dell’accusa Roberto Bracco e Salvatore Di Giacomo. Vinta la causa, si ritirò dalle scene, lasciando la compagnia al figlio Vincenzo, a cui impose la continuazione del personaggio prediletto di Felice Sciosciammocca.
Fino al ritiro dalle scene, Scarpetta restò un personaggio di primo piano nel mondo teatrale napoletano, affinando il suo intuito di impresario e il suo grande mestiere che gli consentì di cimentarsi con ogni genere di spettacolo. La ricchezza accumulata grazie al teatro gli permette di gestire una famiglia complessa divisa in più nuclei, dove a quello centrale è sottomessa, come nucleo satellite, la famiglia dei De Filippo, subordinata non solo economicamente, fino alla morte del patriarca: in quel momento tutta l’eredità spetta al solo nucleo legittimo.
I De Filippo, d’altro canto, seguono anch’ essi la direzione segnata dal capostipite, usano il comico e lo stesso Scarpetta come palestra e come tradizione senza mai dichiararlo, sfruttandolo a proprio profitto, continuando a vivere in quella separatezza che lo stesso Scarpetta aveva imposto loro. Ma, pur vivendo al margine, i De Filippo sono stati socializzati al teatro secondo le regole della famiglia: da qui deriva la loro mentalità teatrale, l’etica e poi la pratica artistica.
La figura di Eduardo Scarpetta è ancora oggi al centro di giudizi diversi, al di sopra del quali resta però la genuina ed efficacia comicità delle sue commedie – comicità per la prima volta cercata nelle nuove, assurde figure della borghesia napoletana – e, accanto a questa, una accuratezza di recitazione e di messinscena che hanno senza dubbio contribuito a dare una nuova dignità al teatro napoletano. Si ritirerà dalle scene all’età di cinquantasei anni nel 1909. Morirà il 29 novembre del 1925.

Bibliografia
Scarpetta, E., Eduardo Scarpetta, Cinquant’anni di palcoscenico, Savelli Editore, Milano, 1982

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