I De Filippo

Agli inizi del ‘900 la città di Napoli, che ha perduto il ruolo di capitale del regno delle due Sicilie, appare agli occhi di un osservatore come un borgo pieno di arretratezze e di squilibri, diviso essenzialmente in famiglie nobili, viventi in una certa agiatezza, e in popolo sempre afflitto dalla miseria, lontano, comunque, da una coscienza del proprio stato. I teatri, il repertorio, il pubblico, rispecchiano in questo periodo, uno stato di cose conforme a questa realtà.
Eduardo fin da bambino comincia a calcare le scene con la compagnia di Scarpetta passando poi a quella di Altieri, dove impara per la prima volta il mestiere di attore, recitando sul palcoscenico di uno dei più popolari teatri napoletani dell’epoca: l’ Orfeo. La compagnia di Altieri ha un repertorio vastissimo e disparato: dalle farse pulcinellesche ai melodrammi recitati senza musica, ai copioni storico-sociali a puntate, ai bozzetti drammatici dall’ improvvisa fioritura musicale. Passa poi nella rivista di Luigi Carini e quindi nella compagnia di Peppino Villani: comico napoletano validissimo, dove inizia la sua esperienza di autore, scrivendo per sé monologhi che poi interpreta con accurata precisione.
L’osservazione, lo spirito critico, una partecipazione fondamentalmente legata ai problemi, alle speranze, alle debolezze della povera gente, fanno di Eduardo, ragazzetto smilzo dagli occhi nobilissimi, un attore sensibile, disciplinato, avido di apprendere. Sono, quelle a cui Eduardo partecipa, rappresentazioni che ripropongono una realtà quotidiana popolare, talvolta squallida, colta nei suoi momenti di maggiore intensità patetica e passionale.
La matrice fondamentale della sua formazione è anche, ma non soltanto, in questa straordinaria esperienza di uomo e di attore: una serie di avvenimenti, assai spesso tristi, che avrebbero lasciato ai margini della vita teatrale una personalità meno forte della sua.
A poco più di 18 anni Eduardo è già un attore ricercato che, immagazzinando una tradizione validissima e rielaborandola, rendendola più attuale, è riuscito istintivamente a scoprire il segreto che dà la possibilità di mantenere costante il contatto con il pubblico. Nel 1923 torna nella compagnia di Scarpetta e riprende a recitare insieme con il fratello Peppino: entrambi cominciano, attenendosi agli ordini del capocomico, a stabilire un’intesa che sarà un fattore determinante nell’affermazione del teatro defilippiano.
Nel 1931, sotto l’etichetta di Compagnia del Teatro Umoristico, i tre De Filippo vengono accolti al teatro Sannazzaro come un avvenimento a lungo desiderato, perché fino ad allora nessuno aveva colmato il vuoto lasciato da Eduardo Scarpetta. Il Viviani, infatti, sebbene fosse attore di grande espressione e comunicativa, autore di grande interesse, portava in scena un teatro rigorosamente realistico in anticipo sui tempi e per il suo contenuto sociale e per il fatto che non rispecchiava gli aspetti ameni della vita del popolo e della borghesia napoletana; a questo bisogna aggiungere che Scarpetta aveva lasciato la nostalgia dell’allegria che aveva saputo suscitare; egli era entrato a far parte della leggenda di Napoli. La città, allorché si delineò il successo dei De Filippo non si chiese che cosa essi avevano ereditato da lui, né si chiese nulla quando Eduardo e Peppino si misero ad interpretare solo commedie loro.
I tre costituiscono una grossa compagnia e, girando l’Italia, cominciano a cercare quel contatto con la platea che è alla base di un tanto clamoroso successo nell’arco della loro carriera; dalla crisi che nel ‘43 colpisce ogni strato della società italiana, deriva, insieme con la maturazione della personalità di Eduardo, la separazione da Titina, che passa a recitare in rivista accanto a Nino Taranto.
Teatralmente i confini fra i due fratelli sono nettamente tracciati: Eduardo raggiunge i suoi più straordinari effetti nella sfera della malinconia ironica, realizzando un personaggio di se stesso alla continua ricerca di libertà nei confronti di una realtà che non gli somiglia e dalla quale egli si difende con l’impassibilità conquistata in seguito a disillusioni. L’opposto di Eduardo è Peppino. Nella comicità di questo attore non c’è nulla di ermetico. Egli è un Pulcinella senza maschera, non per questo meno vivo di quello che Silvio Fiorillo affermò e che Antonio Petito portò a vette mai raggiunte. Non c’è stato d’animo che non trovi in lui un colorito stupendamente comico, non c’è parola, movimento, lazzo che non rallegri tutti.
Subito dopo la liberazione di Roma Eduardo è a Napoli, ove ricompose, con Peppino e Titina, una compagnia che reciterà al Diana; poi la separazione da Peppino. Eduardo e Titina girano per la penisola e si recano anche all’estero: la sua commedia si fa strada ovunque ed il suo teatro viene accolto con grande successo, segno che le sue parole e la Sua arte sono divenute patrimonio non di una città, ma di tutti coloro che vogliono essere partecipi di valori sostanzialmente umani.

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